Giacomo Leopardi

Appena si pronuncia il nome,  Giacomo Leopardi,  subito si ha l'idea che quell'uomo era pessimista, e che la sua vita era piena di sofferenza. Forse questo è in parte vero,  cioè lui ha vissuto una vita pre-stabilita, suo padre infatti puntava su una educazione ferrea, puntata sulla disciplina,  e sullo studio sui libri in modo assiduo; sua madre era molto religiosa,  talmente presa nel rispettare la fede,  quasi a dimenticare il ruolo di madre,  è  ricordata come una madre non affettiva.
Leopardi è cresciuto in questo ambiente, sicuramente non facile per un fanciullo,  anzi,  tutt'altro. La loro residenza poi si trovava in periferia,  lontano da tutti,  quindi Leopardi è  cresciuto "solo".
La sua vita è  stata caretterizzata da lunghi studi,  studi che non sono stati superficiali,  anzi,  erano profonde ricerche,  e da questi studi ne traeva delle teorie, teorie di vita,  o meglio: sulla vita.
Le suo opere sono per la maggior parte il frutto di lunghe riflessioni,  spesso le sue liriche (Idilli) possono essere divisi in due parti: una che parla del presente,  l'altra del futuro,  oppure sulla giovinezza e sulla vecchiaia.
Leopardi arriva a diverse conclusioni.
Le più importanti (per me) sono due:
1. Leopardi afferma che colui che è vissuto nell'ignoranza, oppure semplicemente non è colto perché non ha potuto studiare,  è molto fortunato,  poiché non si pone mille questioni sulla vita,  non esamina ciò che accade in modo razionale e filosofico,  ma vive alla "giornata" potremo dire,  mentre chi ha studiato, chi si è documentato vive con la testa presa da mille ragionamenti,  facendosi anche inutili problemi.
2. Afferma che la giovinezza è il periodo più bello della vita nell'uomo, nell'età giovane l'uomo è nel pieno dell'energie,  è nell'età dove si vive tutto con superficialità, il periodo in cui gli sbagli sono "tollerati", si può vivere con leggerezza e ci si deve divertire, poiché la vita vera, quella che bisognerà affrontare sino alla morte sarà piena di dolore e problemi.
Due concetti che potrebbero sembrare pieni di pessimismo, ma che se proiettati nella realtà,  sono molto realistici.
Volevo esaminare una poesia molto conosciuta e famosa.
Il passero solitario
Quest'opera fa molto riflettere, ecco la mia interpretazione.

Siamo in campagna,  fuori dal Borgo,  anche se c'era festa e baldoria presso i viali del piccolo paese, Leopardi preferisce non essere protagonista,  e si isola presso un'altura e guarda la vita montana da lontano. È primavera,  lo si capisce perché gli uccelli volano felici in cielo,  in gruppo,  ma Leopardi nota che un passero era isolato dagli altri,  e se ne stava in disparte, ammirando i suoi simili. Qui il poeta si accorge che quel passero si stava comportando proprio come lui,  entrambi si godono la "festa" da lontano,  senza essere protagonisti.
Qui Leopardi comincia a fare delle riflessioni però più profonde.
Leopardi riflette sulla propria vita ed esistenza, e la confronta con il passerotto (Gli animali in generale) e trae le seguenti conclusioni.
Quel passero, quell'essere ha agito per istinto isolandosi, mentre Leopardi ha Scelto di isolarsi,  scegliendo, ha pensato, mentre gli animali non pensano.
Proprio ragionando, Leopardi afferma che il passero non si pentirà in futuro sulla scelta che ha fatto,  o sulle scelte passate, poiché gli animali non hanno la capacità di dare un "bilancio della propria esistenza", invece gli uomini,  anzi,  Leopardi è sicuro che nella vecchiaia,  quando nel volgersi al passato pensa a ciò che non ha voluto fare si pentirà.
Qui c'è  la differenza netta tra giovinezza e vecchiaia,  tra l'essere un animale che agisce istintivamente,  e un uomo che vive giorno per giorno le sue scelte pensate.
Qui sta la grandiosità di questo autore,  che a me personalmente ha fatto davvero riflettere.
Ecco la poesia:

Il passero solitario

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vóto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirornmi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

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